Di Francesco Acampora
Negli ultimi anni diversi attacchi sono stati portati alla Dieta Mediterranea. Anzi, per meglio dire, al Modello Mediterraneo. Questi attacchi sono arrivati principalmente dagli Usa, suffragati da sedicenti “studi scientifici”. Oggi stiamo cercando di rimettere i puntini sulle I e di combattere la disinformazione attraverso studi scientifici seri e inoppugnabili.
In Toscana, in un territorio, quello attorno a Prato, punteggiato di splendide ville medicee, si trova la Tenuta di Artimino, al centro della quale svetta Villa La Ferdinanda, una delle più belle di quelle fatte costruire dalla potente famiglia fiorentina, che ha ospitato un convegno organizzato dalla Fondazione Olmo, facente capo alla famiglia che possiede la tenuta.
“Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo” ha riunito un gruppo di studiosi di alto livello nei settori della nutrizione, dell’epidemiologia, della medicina e delle scienze sociali per affrontare in maniera seria il rapporto tra alimentazione, salute, cultura e consumo consapevole.
Coordinati dai professori Mattivi e Scienza, i lavori sono iniziati con la Prof.ssa Iacoviello dell’Istituto Neuromed che ha messo innanzitutto in chiaro che la Dieta Mediterranea non è solo un modello alimentare, ma un vero “stile di vita”, ed è tra i modelli nutrizionali più studiati e riconosciuti per la prevenzione delle malattie croniche. Numerose evidenze dimostrano che una maggiore adesione a questo modello si associa a una riduzione significativa della mortalità totale e cardiovascolare. Il modello mediterraneo comprende non solo cosa si mangia, ma anche come si mangia: convivialità, stagionalità, semplicità delle preparazioni e forte legame con il territorio.
Ma questo modello è oggi sottoposto a profonde trasformazioni. Nei Paesi mediterranei si osserva un progressivo abbandono delle abitudini tradizionali a favore di modelli alimentari occidentalizzati, mentre la Dieta Mediterranea viene spesso reinterpretata in modo riduttivo.
Oggi, infatti, il vero problema sono le diseguaglianze economiche. Le persone con maggiore reddito e livello di istruzione mostrano una più elevata adesione al Modello Mediterraneo, mentre le fasce più svantaggiate tendono progressivamente ad allontanarsene.
Su questo s’innesca il grande problema dell’aumento del consumo dei cibi ultra-processati, i cosiddetti UPF. Un elevato consumo di questi alimenti è associato a un aumento significativo del rischio di mortalità totale e cardiovascolare, indipendentemente dalla qualità complessiva della dieta. La combinazione tra una bassa adesione alla Dieta Mediterranea e un elevato consumo di UPF è associata ai peggiori esiti di salute, rafforzando l’idea che questi due aspetti debbano essere considerati congiuntamente.
La Dieta Mediterranea rappresenta, quindi, uno dei principali strumenti per contrastare l’impatto negativo dei cibi ultra-processati, visto che privilegia il consumo di alimenti freschi e minimamente processati, promuove la cucina domestica, riduce l’esposizione ai prodotti industriali e valorizza la qualità e la sostenibilità delle scelte alimentari.
E bisogna anche fare molto attenzione perché molti prodotti ultra-processati vengono oggi commercializzati come “mediterranei”, richiamando ingredienti simbolici come olio d’oliva, cereali o pomodoro, ma risultando profondamente distanti, per grado di trasformazione e contesto di consumo, dalla logica del modello mediterraneo tradizionale.
Da questo punto in poi si è cominciato anche a parlare di vino, particolarmente sotto attacco da parte dei sistemi sanitari anglosassoni (che forse farebbero meglio a chiedersi perché l’aspettativa di vita delle loro popolazioni sia consistentemente inferiore a quella dei paesi mediterranei) che hanno cominciato ad affermare l’idea che non esista alcuna quantità sicura. Il che non nasce da una nuova scoperta sulla biologia dell’alcol, del vino dei suoi contenuti, ma da una scelta culturale e politica: privilegiare un modello di regolazione fondato sul divieto e sulla semplificazione del messaggio.
Il tentativo di applicare agli studi sul vino (e sull’alcol in generale) le stesse metodologie usate per gli studi farmacologici ha dato in questi ultimi decenni risultati validi e sostanzialmente concordanti riguardanti i possibili effetti benefici sia della Dieta Mediterranea che del consumo moderato di vino. In particolare, il grande sviluppo dell’epidemiologia e l’introduzione delle meta-analisi ha favorito molto il progresso delle nostre conoscenze sui possibili benefici associati (non causati secondo meccanismi di causa-effetto) al consumo moderato di vino: non cura le malattie cardiovascolari, ma è associato statisticamente a una riduzione del loro rischio (e del rischio di mortalità), così come non causa il cancro, ma è associato a un rischio aumentato di alcuni tumori (mammella, colon/retto). L’insieme della letteratura internazionale sul tema vino/alcol e salute permette di evidenziare come nel bilancio beneficio/rischio del consumo moderato, l’ago tenda nettamente verso il beneficio.
Ha detto il Prof. De Gaetano dell’Istituto Neuromed: “Sono almeno 3.000 anni che la cultura mediterranea, raccontata nell’Odissea di Omero, ha ben distinto l’uso moderato, consapevole e culturale del vino dal suo uso irregolare, eccessivo e fuori di un contesto socioculturale adeguato. Ulisse e Polifemo sono i due personaggi che da allora rappresentano in modo esemplare gli effetti salva-vita e quelli gravemente dannosi della stessa sostanza.”
E secondo il Prof. Ursini dell’Università di Padova “il caso del vino, che è molto di più di una bevanda alcolica, ci ricorda una lezione più generale: la salute non è il risultato dell’eliminazione di ogni rischio, ma dell’equilibrio tra stimoli, limiti e capacità di adattamento”.
Si chiude con l’interessante ricerca della Prof.ssa Sfodera della Sapienza sui modi dei consumi di vino ed alcolici in Italia, a cominciare dal crescente successo del turismo enogastronomico a cui contribuisce il 55% di turisti italiani.
In generale il consumo in Italia è “moderato, ritualizzato e culturalmente radicato”; un consumo comunque diminuito negli ultimi 20 anni del 17%.
È un cambiamento generazionale e di genere con i giovani che consumano più birra che vino e gli aperitivi che sono più affermati fra le donne. Il consumo vede una differenza di 20 punti percentuali in più per gli uomini sulle donne.
Inoltre, si è sottolineato come il consumo italiano sia ritualizzato, dando ad ogni bevanda il suo momento preferito: il vino si beve ai pasti, per l’aperitivo cocktail e bollicine, e amari e superalcolici sono riservati alla cena. Un consumo che riflette un modello culturale e codici sociali condivisi su quando dove e cosa bere.
In conclusione, di questa interessante giornata possiamo ben dire che il Modello Mediterraneo non è certamente in crisi, e che è, anzi, una grande barriera contro i cibi UPF e le relative degenerazioni, e che mezzo bicchiere di vino a pasto è certamente un’abitudine sana!











