Questa settimana si gioca l’Open Championship. Ad ospitarlo sarà il Royal Birkdale Golf Club dove in passato si è già disputato altre 10 volte: la prima nel 1954, l’ultima nel 2017. Il major con maggior tradizione del golf mondiale con le sue 153 edizioni è abbastanza di casa in questa parte dell’Inghilterra occidentale a nord di Liverpool. Qui ci sono, a poca distanza, altri due campi che sono inseriti nella ristretta “rota” dei percorsi sui quali si gioca l’Open Championship: il Royal Lytham & St. Annes, che ospiterà il torneo nel 2028, e il Royal Liverpool Oylake.
Il tracciato di Birkdale si trova a ridosso della costa vicino a Southport dove le ampie spiagge della zona si addentrano verso l’interno creando un susseguirsi di dune che nel corso del tempo il vento ha modellato come contorni di piccole valli. Su queste colline sabbiose nel 1894 George Lowe, professionista del vicino circolo del Royal Lytham & St. Annes, disegnò le 18 buche del Royal Birkdale che furono inaugurate qualche anno più tardi. Per la verità il circolo esisteva già dal 1889 utilizzando un tracciato di 9 buche che poi fu abbandonato al momento del trasferimento nella nuova location. Tra gli anni ’20 e ‘30 il campo fu oggetto di un consistente rinnovamento grazie agli interventi dell’architetto Fred Hawktree che legò il suo nome e quello dei suoi discendenti (tutti designer golfistici) alla storia di Birkdale. Per tre generazioni lo studio Hawktree ha plasmato questo percorso seguendo una filosofia che ha sempre messo al primo posto il rispetto per la conformazione naturale del territorio.
Ogni buca gode di una definizione chiara grazie alle dune imponenti che la contornano senza creare l’incertezza dei colpi ciechi che spesso si trova in molti links. La scelta di avere molti battitori rialzati contribuisce ad offrire una visuale libera del tee shot permettendo una pianificazione strategica del gioco apprezzando allo stesso tempo la scenografia di questi anfiteatri naturali. Questa impostazione, che ancora oggi caratterizza il tracciato, rende il Royal Birkdale un links sicuramente impegnativo ma giustamente equo, capace di premiare il bel gioco ma non di punire eccessivamente i colpi meno riusciti. Non ha la brutalità e le difficoltà, a volte estreme di Carnoustie e del Royal St. George’s, giusto per citare altri due grandi campi che ospitano l’Open Championship, ma è comunque in grado di fare selezione.
Il disegno delle 18 buche segue il percorso tracciato dalle dune assecondandone la dislocazione sul terreno senza mai attraversarle o superarle. Ne è uscita una sequenza diversa dalla classica disposizione dei links (nove buche che escono e altrettante che ritornano quasi accostate) che si sviluppa in varie direzioni. Con questo design la variabile rappresentata dal vento (difficile non trovarlo sulle spiagge di Southport) diventa più complicata da interpretare perché a ogni buca soffia da una parte diversa. Fortunatamente i fairway sono sufficientemente larghi e le sponde delle dune ai lati servono anche ad attenuare la forza del vento. Gli stessi green possono contare sulla protezione delle tante piccole colline di sabbia che si trovano sul tracciato, fatta eccezione per i par tre che, invece, sono esposti al vento e circondati da numerosi bunker, pronti a raccogliere i colpi appena fuori linea.
Dopo aver ospitato l’Open Championship nel 2017, che ha visto il successo dell’americano Jordan Spieth, il campo è stato oggetto di un robusto restyling che ha interessato quasi tutti i par tre, diversi bunker, buona parte dei fairway e molte aree di partenza. C’è molta curiosità per conoscere quali saranno reazioni dei migliori golfisti del mondo alle modifiche apportate al tracciato.
Quella che, invece, non è mai cambiata è l’iconica clubhouse del Royal Birkdale: un piccolo capolavoro realizzato su disegno dell’architetto locale George Tonge nel 1935 che ricorda un transatlantico che naviga tra le dune di sabbia. L’edificio, con le sue linee arrotondate che richiamano lo stile Art Deco, sembra davvero solcare il mare del verde paesaggio ondulato che lo circonda. La clubhouse si trova proprio dietro il green della 18, una buca che spesso, con le sue insidie, ha scritto drammatiche pagine di golf. Il patrocinio della casa reale britannica è arrivato nel 1951 e tre anni dopo il circolo ospitò il suo primo Open Championship. Al Royal Birkdale, però, si sono giocati anche altri prestigiosi tornei come la Ryder Cup (due edizioni) e lo Women Open Championship (6 volte), a conferma della validità tecnica di questo tracciato.
Tra le buche più significative del campo si segnalano la 6, un par 5, che per l’Open diventerà un lungo par 4, il quale si snoda tra le dune come una “S” con il green rialzato, la 7, un par 3 con il battitore sopraelevato dal quale si vede il mare. Nella seconda parte del percorso spiccano i due par 5 della 14 e della 17, buche che molto spesso hanno deciso le sorti dell’Open Championship, il par 3 della 15 completamente rinnovato e infine il par 4 della 18 con la bianca clubhouse che si staglia appena dietro il green. Per giocare al Royal Birkdale bisogna mettere una sostanziosa mano al portafoglio: in alta stagione il green fee sfiora i 600 euro. Chi volesse provare questa esperienza (di assoluto valore golfistico) deve leggere con cura le indicazioni sul “dress code” richiesto dal circolo. Tra i vari divieti c’è quello di non indossare jeans né in campo né in clubhouse. Chi si presentasse all’ingresso con i pantaloni in tela “denim” verrebbe bloccato con ferma gentilezza invitato a cambiarli prima di entrare. Non è raro, infatti, vedere qualche visitatore distratto tornare al parcheggio per effettuare l’operazione nell’abitacolo della propria auto!
Foto: Roberto Roversi











